Gli Otaku
Otaku (おたく/オタク otaku?) è un termine della lingua giapponese che dagli anni '80 è utilizzato anche per indicare le persone interessate in modo appassionato e/o ossessivo a qualcosa, generalmente manga, anime, e videogiochi; con questo significato il termine si è diffuso anche al di fuori delGiappone. Otaku si riferisce anche all'influente subcultura, emersa in Giappone alla fine degli anni '70, e connessa a questo fenomeno sociale del pop giapponese.
Origine e significati del termine
In giapponese la parola otaku significa la sua casa (御宅/お宅 otaku?). Il termine è composto dalla preposizione onorifica o (お) e dal sostantivo taku (宅) che significa casa, dimora, a casa.[1] Per estensione il termine è utilizzato anche come pronome di seconda persona onorifico quando ci si rivolge a qualcuno che non si conosce (un corrispettivo dell'italiano Lei), usato tra pari assume un significato ironico o sarcastico.[2]
Verso la fine degli anni '70 i disegnatori di anime e manga Haruhiko Mikimoto e Shoji Kawamori usavano chiamarsi a vicenda usando la parola otaku come appellativo sarcasticamente onorifico.[3] La parola è pronunciata dal personaggio Lynn Minmay nell'anime Macross (1982) di Shoji Kawamori.[4]
Tra la fine degli anni '70 e i primi anni '80 il termine si diffuse nel gergo degli appassionati di anime e manga come appellativo distintivo. Nel 1983 il giornalista Akio Nakamori scrisse Otaku no kenkyū (『おたく』の研究?), un saggio sulla sullo stile di vita dei nerd che frequentavano il quartiere di Akihabara a Tokyo. Akio Nakamori utilizzò la parola otaku per distinguere le persone che condividevano la passione per i manga, gli anime, i videogiochi e i loro protagonisti.
La forma recente del termine[5] si impose dunque negli anni ottanta, e si distingue dal primo significato essendo scritta solo in hiragana (おたく?) o katakana (オタク?), o raramente in rōmaji. La scrittura giapponese permette infatti di distinguere i due significati: お 宅 (otaku) è casa, mentre オタク (otaku) è la passione monomaniacale cui fa riferimento questo articolo. Pertanto, anche se molte persone anziane continuano a utilizzare il termine solo nella sua accezione originaria, nel giapponese moderno un otaku è un fan appassionato o ossessionato da un particolare tema, argomento o hobby. Il termine viene usato anche per identificare la subcultura che in Giappone circonda manga, anime e videogiochi.
Nel 1989 Akio Nakamori, il giornalista che si era già occupato del fenomeno Otaku nel 1983, pubblicò un articolo[6] su Tsutomu Miyazaki, un feroce serial killerossessionato dagli hentai manga, che aveva violentato e ucciso quattro bambini di cui aveva anche mangiato parti dei corpi. Nell'articolo il mostro Miyazaki fu definito l'assassino otaku. Molti giornali giapponesi pubblicarono una foto impressionante della stanza del mostro, in cui erano ammassate migliaia di videocassette e fumetti che ricoprivano le finestre e le pareti fino al soffitto. Queste circostanze diedero al termine forti connotazioni negative e in Giappone, durante gli anni '90 e per buona parte deglianni 2000, gli otaku furono considerati, nella migliore delle ipotesi, dei disadattati, comunque generalmente mal visti.[7]
Dagli anni 90 la subcultura otaku finì dunque sotto i riflettori dei media giapponesi e divenne argomento nel dibattito sulla gioventù giapponese.[1] Probabilmente per i riferimenti alla casa contenuti nel termine e per la fama di emarginati e disadattati, negli anni 2000 gli otaku sono stati associati anche agli hikikomori e aiNEET.
Nel 1990 il sociologo tedesco Volker Grassmuck aveva descritto gli otaku come dei feticisti dell'informazione.[2] Nel 2000 l'artista giapponese Takashi Murakami ha dichiarato di riconoscere nell'estetica otaku una manifestazione culturale, sotottovalutata e ingiustamente disprezzata, che rispecchia il nuovo Giappone. Secondo lui la discriminazione degli otaku è simile a quella perpetrata nei confronti degli hinin in epoca Edo, ed è un retaggio della struttura gerarchica e discriminatoria di quel periodo della storia del Giappone che continua e caratterizzare la moderna società giapponese.[8] Nel 2001 lo scrittore statunitense William Gibson ha definito gli otaku ossessivamente appassionati, più interessati all'accumulo di informazioni che di oggetti.[9] Nel 2005 il Washington Post ha raccontato la ghettizzazione degli otaku di Akihabara,[10] e nel 2006 la rivista Wired ha descritto un otaku senza connotazioni negative o asociali, come un elegante geek ossessionato da una passione.[11]
Negli Italia, in Francia e negli Stati Uniti, il termine viene usato per indicare sia gli appassionati di fumetti e cartoni animati giapponesi, che le persone appassionate a qualcosa.[12] Il termine non ha mai avuto il significato negativo avuto in Giappone, né è usato per indicare una persona monomaniaca o socialmente isolata. In Occidente otaku è generalmente affine a geek,[10][11] nel peggiore dei casi è sinonimo di nerd o di devianza sociale.
La cultura Otaku
Otaku è una manifestazione del consumismo collegato all'immaginario prodotto dai mass media giapponesi, emersa alla fine degli anni '70 come subcultura. Gli otaku, le persone che le hanno dato vita, sono appassionati collezionisti di oggetti futili, di informazioni e storie, e amano manipolare o trasformare i prodotti esistenti. Molti otaku costituiscono una buona parte delle energie creative da cui prende vita la cultura pop giapponese, e hanno sviluppato un sistema, che si basa sui fanservice, per giudicare i manga, gli anime, i videogiochi, le dōjinshi, e i dating sim.
L'underground Otaku non è contrapposto al sistema, ma è piuttosto un laboratorio culturale del capitalismo contemporaneo giapponese, e un rifugio dalle frustrazioni del dominio culturale dell'Occidente, sviluppatosi nel retrobottega dei nuovi media. L'indipendenza della sottocultura Otaku dal resto della società ha contribuito al senso di caos e di perdita di controllo, avvertito dai media e da diversi intellettuali giapponesi, nel rapporto con le giovani generazioni.[1]
Dal 2001, il filosofo giapponese Hiroki Azuma si è occupato della cultura Otaku, dei suoi rapporti con la storia del Giappone e con l'estetica Superflat, teorizzata dall'artista Takashi Murakami.[7] Azuma ha analizzato senza pregiudizi le ragioni del crescente successo della cultura Otaku, mettendone in luce alcune caratteristichepostmoderne, come la mancanza di punti di riferimento consolidati, la perdita del senso dei confini tra l'originale e la copia, o tra l'autore e i consumatori, e la creazione di una rete sociale e d'informazione.[14] Il lavoro di Hiroki Azuma, come anche l'attività di Takashi Murakami, hanno dato un contributo importante nel collocare e stabilire l'importanza del fenomeno otaku nella cultura giapponese.
Dalla seconda metà degli anni 2000 Otaku tende ad essere riconosciuta come una manifestazione del nuovo Giappone, e, come hanno rilevato Azuma e Murakami, i tentativi di emarginazione del fenomeno sarebbero più che altro connessi ai retaggi della storia del Giappone, con cui il paese fa i conti dall'epoca Meiji.[7][8]
Il luogo di riferimento più importante della subcultura Otaku è il quartiere di Akihabara a Tokyo.
Influenze
L'immaginario estetico degli otaku ha ispirato l'artista Takashi Murakami,[15] che ha teorizzato lo stile Superflat (super piatto),[16] una sorta di pop otaku (Poku) caratterizzato dall'integrazione di vari elementi della cultura pop giapponese, con i dipinti del XVII secolo giapponese, il Kabuki e lo joruri di epoca Edo, gli anime degli anni settanta, con il pop di origine occidentale, condensati in icone ibride, levigate e brillanti del Giappone contemporaneo.[7] I temi estetici da cui attinge Murakami sono amplificati ed esaltati a tal punto da far emergere questioni apparentemente assenti nelle tematiche kawaii dell'immaginario otaku.
I nuovi mezzi di comunicazione hanno favorito lo sviluppo di comunità otaku che si incontrano in club o associazioni e organizzano eventi che promuovono le loro passioni. Questi gruppi sono anche diventati veri e propri attori economici. Attraverso i fanservice gli otaku valutano le opere, o quanto sia kawaii o moe la protagonista femminile di un'opera, esercitando una grande influenza soprattutto sui produttori di anime. Per quel che riguarda i manga, che in Giappone hanno un ruolo culturale ed economico rilevante, gli otaku hanno influenza principalmente sui dōjinshi, pubblicati fuori dei normali canali dell'industria editoriale dei manga.
Le conoscenze tecniche e la fantasia degli otaku sono diventate molto interessanti per le aziende e per il capitalismo giapponese: è noto infatti che l'underground può produrre nuove idee e il banco di prova per il mainstream commerciale.[2]
Tipi di otaku
Gli otaku si suddividono in diverse categorie a seconda degli interessi specifici, ma la parola può essere collegata a qualunque mania, hobby, passione o ossessione: ci possono essere otaku della musica, delle arti marziali, della cucina e così via. Nel senso monomaniaco si utilizzano spesso nomi peculiari, per esempio un otaku malsano è un kimo-ota (contrazione di kimoi otaku).
Questi alcuni tipi di otaku:
- Akiba-kei (秋葉系?), che trascorrono molto tempo nel quartiere di Akihabara a Tōkyō e sono ossessionati principalmente da anime, idol e videogiochi.
- Anime otaku o aniota, maniaco degli anime.
- Cosplay otaku, maniaco del cosplay.
- Figure moe zoku, collezionisti di PVC Figure (Staction figure realizzate con Cloruro di polivinile).
- Gēmu otaku, maniaco dei videogiochi.
- Itasha (痛 车?), è la mania di decorare le automobili con i personaggi, prevalentemente ragazze cute di anime, manga o videogiochi. Gli Itasha otakufrequentano luoghi come Akihibara a Tokyo, Nipponbashi a Osaka, e Osu a Nagoya. Le manie per le decorazioni di moto e biciclette sono chiamate rispettivamente itansha (痛単車?) e itachari (痛 チャリ?).
- Manga otaku, maniaco dei manga
- Pasokon otaku, maniaco dei pc
- Wota (precedentemente idol otaku), maniaco delle idol.[17]
Esistono anche otaku donne, che nel 2008 frequentavano Otome Road, una strada del quartiere Ikebukuro a Tokyo, o il bar Edelstein, sorto nel 2007 a Shibuya, e ispirato all'omonimo manga culto del 1970 ambientato nei primi anni del XX secolo in un collegio in Germania.[18]
Le passioni e gli interessi specifici degli otaku alimentano un vasto e diversificato mercato di oggetti di consumo, ad esempio, tra la grande varietà di elementi che caratterizzano una tipica stanza di otaku,[19]possono esserci i dakimakura, grandi cuscini da abbracciare su cui sono stampate le immagini delle protagoniste di anime, manga o videogiochi.
Diffusione internazionale
La sottocultura internazionale è influenzata da quella giapponese, ma differisce in molte aree a seconda della localizzazione geografica. Gli otaku statunitensi, rispetto ai giapponesi, hanno un'influenza maggiore sull'edizione dei manga negli Stati Uniti, questo è dovuto al fatto che la maggior parte delle persone che leggono manga negli Stati Uniti hanno qualche legame con la sottocultura Otaku, mentre in Giappone la vasta produzione di manga fa parte della cultura popolare e non è legata agli otaku ma a tutta la società.
La sottocultura Otaku al di fuori del Giappone prende spesso parole in prestito dal giapponese. In certi casi l'uso da parte degli otaku di termini giapponesi crea un effetto simile al Nihonglish, l'Engrish al contrario. Questo può far assumere alle parole prese in prestito significati diversi da quello giapponese originale (vedi, ad esempio, hentai, bishōnen).
Poiché molte delle parole prese in prestito dagli otaku non giapponesi provengono da fonti come gli shōjo, i cui personaggi usano un vocabolario femminile, questo ha l'effetto di far apparire alcuni fan, agli occhi di un giapponese, come se parlassero come giovani donne.